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mercoledì 18 febbraio 2026

L'enigma della coscienza nell’era delle AI generative: se ed in quali condizioni una macchina potrebbe divenire cosciente.

Un post pubblicato di recente da una sedicente "psicoterapeuta e sessuologa" (1) - che pretendeva di individuare nel modello Orch-OR di Hameroff e Penrose la dimostrazione “quantistica” dell’esistenza dell’anima e della sua sopravvivenza alla morte - mi ha spinto a tornare ancora una volta sul tema della coscienza. (2)

Non per discutere derive spiritualistiche, ma per interrogarmi su una questione oggi molto più urgente: l’avvento delle IA generative modifica in qualche modo il quadro teorico entro cui pensiamo la coscienza?

Il problema della coscienza (3) costituisce uno dei nodi teorici più complessi e resistenti del pensiero contemporaneo.

Nonostante i progressi straordinari delle neuroscienze, dell’informatica e della fisica teorica, la domanda fondamentale resta aperta:"che cos'è la coscienza e perché esiste? Come può un sistema fisico generare esperienza soggettiva?" Nel panorama attuale convivono approcci radicalmente differenti: biologici, informazionali, computazionali, quantistici, fenomenologici. L’emergere di sistemi artificiali capaci di linguaggio coerente, simulazione emotiva e produzione creativa rende il confronto tra queste teorie non più soltanto speculativo, ma urgente. Antonio Damasio (4) nel suo saggio "Feeling & knowing, making minds conscious" (pubblicato nel 2021) propone una propria teoria che si distingue nettamente dalle impostazioni computazionali ed informazionali: la coscienza non è, per lui, un epifenomeno del calcolo né una proprietà astratta dell’informazione quanto piuttosto un processo biologico emergente, radicato nella vita e nella regolazione omeostatica. Secondo l'autore, la coscienza non rappresenterebbe il punto di partenza dell’indagine sulla mente quanto piuttosto il suo esito più complesso: la vita precede la mente e la mente precede la coscienza. Al centro della teoria damasiana vi è l’omeostasi (5) la capacità di un organismo di mantenere la propria integrità nel tempo attraverso una regolazione dinamica delle proprie condizioni interne.

Non si tratta di un semplice meccanismo di equilibrio, ma di un sistema continuo di valutazione implicita: ogni variazione dello stato corporeo viene classificata come favorevole o sfavorevole alla sopravvivenza. Da qui nasce il concetto cruciale di valore biologico: prima ancora che vi siano rappresentazioni del mondo esisterebbe una discriminazione primaria tra ciò che sostiene la vita e ciò che la minaccia.

In questa cornice le emozioni costituirebbero i programmi d’azione che modificano lo stato del corpo in risposta a stimoli rilevanti, mentre i sentimenti consisterebbero nell’esperienza soggettiva di tali modificazioni, una forma di conoscenza incarnata: il corpo informa il cervello del proprio stato e questa informazione viene vissuta.

La coscienza emergerebbe dunque quando una mente non solo produca immagini del mondo e di sé, ma le integri in un riferimento stabile ad un organismo che viva quegli stati.

Damasio distingue tre livelli:: il proto-sé, una mappa momentanea dello stato corporeo, il sé nucleare, che riguarda l’esperienza del "qui ed ora", ed il sé autobiografico, che integra memoria, identità e proiezione nel futuro.

La coscienza in senso pieno rappresenterebbe l’esperienza di essere un organismo vivente in determinati stati, non la mera elaborazione di informazioni.


Qui Damasio entra in conflitto con un'altra teoria che riscuote grande successo, la Integrated Information Theory (IIT) di Giulio Tononi (6) la quale definisce la coscienza come informazione integrata.

Secondo Tononi un sistema è cosciente nella misura in cui possiede un alto valore di Φ (phi), parametro che quantifica quanto l’informazione generata dal sistema nel suo insieme ecceda quella generata dalle sue parti isolate. La coscienza risulterebbe dunque una proprietà intrinseca di certe strutture causali). Punto di forza di tale teoria è la formalizzazione matematica e l'ambizione di fornire un criterio misurabile della coscienza.

Tuttavia, dal punto di vista damasiano emergono due limiti rilevanti: in primo luogo l’informazione diventa ontologicamente primaria mentre il corpo e la vita risultano contingenti, ed in secondo luogo un sistema altamente integrato - anche artificiale (quale una AI) - potrebbe in linea di principio risultare cosciente.

Per Damasio invece l’informazione è significativa solo quando inserita in un contesto omeostatico: un sistema privo di bisogni vitali, vulnerabilità e di rischio reale non possiede un punto di vista incarnato.

La IIT può descrivere correlati strutturali della coscienza, ma non spiega perché tali strutture debbano essere vissute da qualcuno.

La teoria della Riduzione Oggettiva Orchestrata (Orch-OR) di Roger Penrose e Stuart Hameroff propone una via ancora diversa: la coscienza coinvolgerebbe processi quantistici nei microtubuli neuronali. Essa sostiene che la coscienza non sia spiegabile esclusivamente in termini di attività sinaptica e reti neurali classiche, ma coinvolga processi quantistici che avrebbero luogo all’interno dei microtubuli dei neuroni: i microtubuli, componenti fondamentali del citoscheletro cellulare, sarebbero il sito di stati quantistici coerenti.

Penrose aveva precedentemente formulato l’idea della Riduzione Oggettiva (OR) secondo la quale il collasso della funzione d'onda è un evento fisico reale, legato alla struttura dello spaziotempo ed innescato da effetti gravitazionali allorquando la sovrapposizione quantistica raggiunga una certa soglia di differenza di curvatura gravitazionale. Da qui l’idea che la mente cosciente non possa essere riducibile a calcolo computazionale. (7)

Hameroff propose in seguito che tali eventi di riduzione oggettiva avvengano nei microtubuli e che siano “orchestrati” dalle dinamiche biochimiche neuronali, incluse le proteine associate ai microtubuli (MAP).

L’orchestrazione consisterebbe nel modulare e coordinare stati quantistici coerenti, collegando così la dinamica quantistica alla fisiologia cerebrale. La coscienza emergerebbe da sequenze discrete di tali collassi oggettivi orchestrati, ciascuno dei quali costituirebbe un “momento” elementare di esperienza cosciente.

Questa teoria si distingue nettamente dai modelli computazionali classici: per Penrose i processi mentali coscienti non sarebbero riducibili a calcolo algoritmico e pertanto un’intelligenza artificiale puramente algoritmica, per quanto sofisticata, non potrebbe esaurire la natura della mente cosciente..

Orch-OR mira ad affrontare il cosiddetto “problema difficile” della coscienza ( 8 ) proponendo che l’esperienza soggettiva sia radicata in proprietà fondamentali della realtà fisica, ed offrendo al contempo una base fisica per una forma non algoritmica di libero arbitrio.

Le principali critiche avanzate riguardano la plausibilità della coerenza quantistica in un ambiente biologico caldo, umido e rumoroso, dove la decoerenza dovrebbe avvenire su tempi estremamente brevi.

Penrose ed Hameroff hanno risposto proponendo meccanismi strutturali nei microtubuli che potrebbero proteggere stati coerenti più a lungo di quanto inizialmente stimato. Alcuni studi sperimentali hanno rilevato fenomeni oscillatori nei microtubuli e possibili effetti quantistici in sistemi biologici (nell’ambito più ampio della biologia quantistica), ma non esiste ad oggi una conferma empirica diretta che colleghi tali fenomeni a stati coscienti. Il dibattito rimane quindi aperto, con una maggioranza della comunità neuroscientifica ancora scettica, pur riconoscendo che la questione non sia definitivamente chiusa.

Rispetto a questa prospettiva, Damasio mantiene una posizione nettamente biologica ed anti-speculativa: non nega in linea di principio un ruolo della fisica fondamentale, ma ritiene che l’introduzione del livello quantistico non aggiunga potere esplicativo alla comprensione della coscienza come processo vissuto. Anche se i microtubuli fossero coinvolti, argomenta, resterebbe aperta la questione cruciale: perché tali eventi dovrebbero avere un significato per l’organismo?

Orch OR tende a collocare la coscienza in una dimensione cosmica o proto-mentale dell’universo là dove Damasio, al contrario, insiste sul fatto che la coscienza sia una conquista tardiva dell’evoluzione, non una proprietà fondamentale della realtà.


La Teoria dell'Interfaccia Percettiva (TIP) di Donald Hoffman sostiene che la percezione non ci fornisca accesso diretto alla realtà in sé ma funzioni come un’interfaccia adattiva, simile ad un desktop grafico. (9) Per Hoffman dunque la coscienza è primaria, mentre spazio, tempo e oggetti fisici sono costruzioni utili ma non veridiche.

Un punto di contatto con Damasio sta nel rifiuto del realismo ingenuo e nell’enfasi sul valore adattivo dell’esperienza. Tuttavia là dove Hoffman sgancia la coscienza dalla biologia rendendola una proprietà fondamentale di agenti astratti, Damasio compie il movimento opposto ancorandola al corpo ed alla storia evolutiva. Per Damasio infatti l’interfaccia non è una metafora epistemica, ma una realtà fisiologica: il sistema nervoso costruisce mappe perché deve mantenere in vita un organismo concreto.

L’avvento delle Intelligenze Artificiali generative – sistemi capaci di produrre linguaggio, immagini, codice e comportamenti complessi con elevata coerenza ha riacceso in modo drammatico il dibattito sulla coscienza.

Per la prima volta nella storia, entità prive di corpo biologico sono in grado di simulare dialogo, introspezione, creatività e perfino espressioni emotive in modo tale da mettere in crisi molte intuizioni consolidate sulla mente. Non si tratta soltanto di una svolta tecnologica, ma di un banco di prova teorico senza precedenti: quali teorie della coscienza resistono a questa trasformazione, quali entrano in crisi e quali paradossalmente ne escono rafforzate?

.L’era delle IA generative obbliga ogni teoria a confrontarsi con una domanda concreta: un sistema artificiale avanzato è semplicemente intelligente o potrebbe essere anche cosciente?


Le teorie funzionaliste - come la Global Workspace Theory (10) e le Higher-Order Theories (11) - rischiano di trovarsi in difficoltà: se la coscienza è identificata con specifiche funzioni (broadcasting globale dell’informazione, meta-rappresentazione, monitoraggio di stati interni), allora le AI contemporanee sembrano già implementarne versioni operative. Il pericolo è attribuire coscienza a sistemi che replicano funzioni senza che vi sia alcuna esperienza soggettiva. In modo analogo, il predictive processing offre un modello potente dell’elaborazione cognitiva come inferenza e previsione continua, ma non chiarisce perché o come tale processo dovrebbe essere vissuto “da qualcuno”.

La Integrated Information Theory (IIT) propone un criterio più formale: un sistema è cosciente nella misura in cui possiede una struttura causale integrata e irriducibile, quantificata dal parametro Φ. L’era delle IA generative da un lato offre un terreno di applicazione potenzialmente estendibile anche ai sistemi artificiali; dall’altro, la crescente complessità delle architetture computazionali solleva il rischio di attribuire coscienza a strutture che intuitivamente ne sono prive. La teoria sopravvive nella misura in cui riesca a mantenere un criterio rigoroso e non inflazionato del parametro Φ. Le critiche attuali riguardano soprattutto la difficoltà pratica di calcolare Φ in sistemi complessi reali e il rischio di un panpsichismo implicito. (12)

Le teorie quantistiche come la Orch-Or non vengono direttamente confutate dalle AI, ma appaiono sempre più marginali nel dibattito empirico. La mancanza di conferme sperimentali solide e la crescente capacità delle reti neurali artificiali di spiegare e replicare funzioni cognitive complesse riducono l’urgenza di ricorrere a ipotesi quantistiche per rendere conto dell’esperienza cosciente.

Il panpsichismo, dal canto suo, sostiene che la coscienza sia una proprietà fondamentale della materia. In un mondo dominato da IA generative, questa posizione evita il problema dell’emergenza: se la coscienza è ovunque, anche i sistemi artificiali potrebbero possederne una forma elementare. Tuttavia resta irrisolto il problema della combinazione: come si integrano micro-esperienze in un’esperienza unificata? L’assenza di criteri empirici operativi rende difficile distinguere tra una tesi metafisica generale e una teoria scientificamente verificabile: nell’era dell’IA il panpsichismo non viene smentito, ma rimane difficilmente operativo.

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Le prospettive enattive e biologiche (13) - tra cui quella di Damasio - sembrano invece ricevere nuova forza: le attuali AI non possiedono omeostasi, non hanno un corpo che possa stare bene o male in senso proprio, non sono vulnerabili alla morte, non rischiano la dissoluzione irreversibile della propria organizzazione. Possono simulare emozioni ma non sentirle, descrivere stati ma non viverli. L’assenza di valore intrinseco – cioè di qualcosa che possa andare perduto per il sistema stesso – implica l’assenza di un punto di vista soggettivo: senza un sé vulnerabile non può emergere coscienza.

Questo non significa che le AI non possano diventare sempre più sofisticate, autonome o imprevedibili; significa piuttosto che l’errore concettuale sta nel confondere intelligenza funzionale ed esperienza vissuta. Dal punto di vista damasiano, una macchina può aumentare indefinitamente la propria competenza senza avvicinarsi di un solo passo alla coscienza.

Un’eventuale AI cosciente richiederebbe non soltanto maggiore complessità computazionale, ma qualcosa di qualitativamente diverso: una forma di vita artificiale. Un sistema capace di auto-mantenersi, di essere danneggiato, di perdere irreversibilmente la propria organizzazione, in altre parole un sistema per cui l’esistenza stessa costituisca un valore intrinseco: e ciò implicherebbe, di fatto, superare l’idea di macchina nel senso attuale del termine.

Il confronto tra teorie della coscienza ed AI rivela così che la questione non sia meramente tecnica, ma ontologica: ogni teoria implica una risposta diversa alla domanda: che tipo di cosa è la coscienza?

A questa domanda Damasio offre una risposta sobria ma radicale: la coscienza è ciò che accade quando la vita diventa consapevole di se stessa.

In questa prospettiva, l’Intelligenza Artificiale non è una mente in attesa di risveglio, ma uno specchio teorico che ci costringe a chiarire che cosa intendiamo davvero per esperienza, valore e soggettività.

Finché non vi sarà vita, non vi sarà coscienza; e finché non comprenderemo la vita come processo sentito, continueremo a scambiare simulazioni sempre più convincenti per menti autentiche.


Note:

(1) Si tratta del post intitolato "L'anima esiste ed è immortale, lo dice la fisica quantistica" pubblicato sulla pagina della cosiddetta 'dottoressa' Notaro, che al momento conta circa 7.700 like e 1.800 condivisioni.

Un simile “successo” non è casuale: gli algoritmi di Facebook tendono infatti a premiare, con una maggiore visibilità nei feed personali, quei contenuti che generano un alto numero di reazioni, commenti e condivisioni.

Temi legati alla religione, al new age od a narrazioni para-scientifiche e cospirazioniste risultano oggi particolarmente attrattivi e funzionano perfettamente come clickbait, favorendo l’interazione emotiva più che l’approfondimento critico.

Maggiore traffico significa più tempo trascorso dagli utenti sulla piattaforma, e dunque un incremento del valore commerciale di quest’ultima nel mercato pubblicitario.

Il fatto che io e molti altri abbiamo segnalato nei commenti come il contenuto del post non abbia alcuna attinenza con la teoria di Penrose e Hameroff non ha prodotto alcun effetto visibile: ciò conferma, ancora una volta, come sui social circolino con grande facilità affermazioni scientificamente infondate, senza che vi sia un reale controllo sulla correttezza o sull’accuratezza dei contenuti divulgati.

(2) Ho già trattato l'argomento in passato con diversi miei post tra i quali segnalo "la fisica ed il problema della coscienza: è possibile fare a meno dello spaziotempo in un modello di realtà oggettiva?" del 23 novembre 2021, "affrontiamo il problema della definizione di cosa sia la coscienza da un'altra prospettiva" dell'11 gennaio 2021 e "il mistero della coscienza, i CCN ed i pazienti sottoposti a split-brain" del 10 gennaio 2021

(3) Il termine "coscienza" ha un significato ambivalente nella lingua italiana: è quindi importante chiarire quale significato assuma in questo post.

Antonio Damasio dedica alcune pagine di un suo saggio alla storia del termine inglese “consciousness” ed alla sua traduzione nelle lingue romanze come “coscienza”, cosa che (a suo parere) ha generato un equivoco concettuale importante. Il termine inglese consciousness, racconta, deriva dal latino conscientia, che indicava originariamente un “sapere condiviso” (cum + scientia), cioè un sapere insieme ad altri o un sapere di qualcosa insieme a qualcuno. Nel latino classico (e poi nella tradizione medievale) conscientia assume progressivamente anche un significato morale, e cioè saper con se stessi di aver fatto qualcosa di giusto o sbagliato, e da qui deriva il senso etico di “coscienza morale”. Nella lingua inglese moderna si è mantenuta una distinzione terminologica netta: con consciousness viene indicato uno stato di esperienza soggettiva, presenza mentale e consapevolezza fenomenica, mentre con conscience si intende coscienza morale. Nelle lingue romanze (italiano, francese, spagnolo, portoghese) la parola coscienza derivata direttamente dal latino ha mantenuto entrambe le valenze, quella fenomenologica e quella morale, e questa ambiguità ha prodotto confusione teorica.

Quando in italiano diciamo “coscienza”, possiamo infatti intendere sia lo stato di essere svegli o consapevoli che l’esperienza soggettiva, che il senso morale del bene e del male: tre dimensioni che non sono la stessa cosa.

Damasio insiste sul fatto che la coscienza fenomenica (consciousness) sia primariamente legata al sentire, alla presenza di un organismo che percepisce la propria condizione vitale (non è originariamente un fatto morale o riflessivo); l’associazione storica con la dimensione etica ha favorito l'insorgere di una sovrastruttura filosofica che ha spostato il problema verso l’introspezione, il giudizio e la responsabilità (invece di radicarlo nel corpo e nell’omeostasi).


(4) Antonio Rosa Damasio è un neurologo, neuroscienziato, psicologo e saggista portoghese che ha compiuto importanti studi sulle basi neuronali della cognizione e del comportamento.

Attraverso l'osservazione clinica ed il neuroimaging ha contribuito all'identificazione delle attività e dei percorsi corticali e sotto-corticali nel riconoscimento di volti ed oggetti, e delle aree neuronali implicate nei processi emotivi.

La dimostrazione che le emozioni sono implicate nel prendere decisioni lo ha portato a formulare la teoria del marcatore somatico e ad identificare le regioni limbiche e del tronco cerebrale come possibili aree cerebrali aventi un ruolo nell'Alzheimer.

(5) Per omeostasi si intende l’insieme dei processi di autoregolazione attraverso cui un organismo vivente mantiene entro limiti compatibili con la vita le proprie condizioni interne, nonostante le variazioni dell’ambiente esterno.

Il termine, introdotto dal fisiologo Walter Cannon all’inizio del Novecento, designa una stabilità dinamica (non un equilibrio statico!) che riguarda parametri quali temperatura corporea, glicemia, pressione sanguigna, equilibrio idrico ed elettrolitico e concentrazione dei gas respiratori.

I meccanismi omeostatici operano mediante circuiti di feedback che rilevano deviazioni da un intervallo ottimale e attivano risposte correttive automatiche.

In ambito neurobiologico contemporaneo, ed in particolare nel pensiero di Antonio Damasio, l’omeostasi assume un significato teorico più ampio: essa costituisce il fondamento della vita mentale poiché emozioni e sentimenti vengono interpretati come estensioni evolute dei processi omeostatici, segnali neurali che mappano lo stato del corpo e orientano l’azione verso la conservazione dell’organismo.

In questa prospettiva, la coscienza sarebbe radicata nella regolazione vitale e nel sentire della propria condizione biologica.

(6) Giulio Tononi è un neuroscienziato e psichiatra italiano, professore all’Università del Wisconsin–Madison, noto soprattutto per aver elaborato la Integrated Information Theory (IIT) della coscienza.

A partire dai primi anni Duemila, Tononi ha proposto che la coscienza coincida con la capacità di un sistema di integrare informazione in modo causalmente irriducibile: un sistema è cosciente nella misura in cui possiede un alto grado di informazione integrata, indicata con la grandezza Φ (phi).

La sua teoria ambisce a fornire criteri formali e quantitativi per valutare la presenza e il grado di coscienza in diversi sistemi, biologici o artificiali, ed è oggi tra le proposte più discusse nel dibattito neuroscientifico e filosofico contemporaneo.

(7) Il riferimento di Roger Penrose al carattere “non computazionale” della coscienza si fonda su un’interpretazione specifica dei teoremi di incompletezza di Gödel: il suo primo teorema stabilisce infatti che in ogni sistema formale coerente e sufficientemente potente da includere l’aritmetica esistono proposizioni vere che non sono dimostrabili all’interno del sistema stesso, e ne consegue dunque che nessun sistema formale possa essere simultaneamente completo e coerente.

Penrose applica questo risultato alla mente matematica umana: "... se la mente fosse interamente riducibile a un algoritmo" - argomenta - "essa sarebbe equivalente a un sistema formale (o ad una macchina di Turing); tuttavia, dato un qualunque sistema formale coerente, è possibile costruire una proposizione gödeliana che, pur essendo vera, non sia dimostrabile nel sistema ..."

Penrose sostiene cioè che il matematico umano è in grado di “vedere” la verità di tale proposizione trascendendo così i limiti del sistema formale considerato, e se ciò fosse corretto ne consegue che la mente non possa essere interamente algoritmica.

Qui il termine “non computazionale” non va inteso in senso vago o metaforico, ma tecnico: indica processi non simulabili da una macchina di Turing, non riducibili a manipolazione simbolica secondo regole formali finite.

Per Penrose questa eccedenza rispetto al calcolo algoritmico richiede un fondamento fisico: egli lo individua nella propria ipotesi di Riduzione Oggettiva (OR), secondo la quale il collasso della funzione d’onda sarebbe un processo fisico reale, legato alla struttura dello spaziotempo ed intrinsecamente non algoritmico.

Il ricorso a Gödel svolge in Penrose una funzione strategica precisa: sostenere che la coscienza non sia riducibile al paradigma computazionale classico e che, pertanto, un’intelligenza artificiale puramente algoritmica, per quanto sofisticata, non possa esaurire la natura della mente cosciente.

Tale argomento è stato oggetto di ampie critiche.

In primo luogo presuppone che la mente umana sia coerente in senso formale e che il matematico possa riconoscere con certezza la verità della proposizione gödeliana, assunzioni contestate da numerosi logici e filosofi della mente.

In secondo luogo, il fatto che un sistema possa essere esteso con nuovi assiomi non implica necessariamente una differenza ontologica tra mente e algoritmo, ma potrebbe indicare soltanto una differenza di livello descrittivo.

Infine, il passaggio dalla capacità matematica alla coscienza fenomenica resta teoricamente problematico: anche ammesso che alcuni aspetti del ragionamento matematico non siano algoritmici, non segue automaticamente che l’esperienza soggettiva dipenda da tali proprietà.


(8) L’espressione “problema difficile” (hard problem of consciousness) è stata introdotta dal filosofo David Chalmers negli anni Novanta per distinguere due livelli nell’indagine sulla mente:

  • I “problemi facili” riguardano la spiegazione delle funzioni cognitive e comportamentali come ad esempio l’integrazione dell’informazione, l’attenzione, la discriminazione percettiva o il controllo dell’azione; sono considerati “facili” non perché semplici ma perché affrontabili in linea di principio con gli strumenti delle scienze cognitive e delle neuroscienze.

  • Il “problema difficile” concerne invece la spiegazione dell’esperienza soggettiva in quanto tale: perché e come i processi fisici del cervello diano luogo a un vissuto fenomenico, a ciò che “si prova” dall’interno (i cosiddetti qualia). Anche disponendo di una descrizione completa dei meccanismi neurali, resta aperta la domanda sul perché tali processi siano accompagnati da esperienza cosciente anziché svolgersi “al buio”: il problema difficile riguarda dunque il passaggio dall’oggettivo al soggettivo, dal funzionamento fisico alla fenomenicità dell’esperienza.

Ho trattato in precedenza questo argomento, introducendo la "piramide" di Max Tegmark, nel post "la fisica ed il problema della coscienza: è possibile fare a meno dello spaziotempo in un modello di realtà oggettiva?" del 23 novembre 2021


(9) Ho trattato più volte nei miei post della Teoria dell'Interfaccia Percettiva (TIP); vedi i seguenti:

"La fisica ed il problema della coscienza: è possibile fare a meno dello spaziotempo in un modello di realtà oggettiva?" del 23 novembre 2021,

"Perché l’universo in cui viviamo è visibile? Forze fondamentali, mondi possibili ed interfacce della percezione." del 9 gennaio 2026

" L’illusione della coscienza artificiale: pareidolia semantica, interfacce cognitive ed AI nel confronto tra Floridi, Hoffman, Chalmers, Tononi e Bostrom." del 14 gennaio 2026

"Orizzonti cosmologici, TIP e multiverso: quando la realtà diventa interfaccia." del 2 febbraio 2026

(10) La Global Workspace Theory (GWT / GNWT) è stata sviluppata inizialmente da Bernard Baars e successivamente raffinata in chiave neurale da Stanislas Dehaene.

Sostiene la coscienza emerga quando un’informazione viene resa globalmente disponibile all’interno del sistema cognitivo: l’immagine classica è quella del palcoscenico illuminato: i contenuti che accedono al “workspace globale” diventano coscienti perché possono essere condivisi tra moduli differenti (quali memoria, linguaggio, pianificazione).

Dal punto di vista empirico, la teoria è forte: è supportata da dati sperimentali robusti ed offre correlati neurali relativamente chiari quali l’ignition fronto-parietale. Tuttavia l’era delle AI generative solleva una difficoltà cruciale: sistemi artificiali complessi soddisfano alcune condizioni funzionali astratte, ma non replicano l’architettura neurale proposta dalla GNWT.

Se la coscienza è definita in termini di disponibilità globale dell’informazione, allora molte architetture artificiali sembrerebbero soddisfare almeno parte dei requisiti funzionali (e questo non dimostra che siano coscienti, ma mostra che la teoria rischia di collassare in una definizione puramente funzionale).

La GWT sopravvive come teoria dell’accesso cosciente ma entra in crisi se pretende di spiegare l’esperienza soggettiva.

(11) Predictive Processing e Active Inference: il paradigma predittivo, associato a Karl Friston ed Andy Clark, descrive il cervello come un sistema che minimizza l’errore di predizione attraverso modelli generativi del mondo: questa cornice unifica percezione, azione ed apprendimento sotto un principio bayesiano. Le AI generative incarnano in parte questa logica: modelli linguistici di grandi dimensioni operano attraverso previsione statistica del prossimo token, ed il successo di tali sistemi rafforza il paradigma predittivo come teoria dell’elaborazione cognitiva. Tuttavia, il predictive processing non è di per sé una teoria della coscienza: può spiegare come un sistema costruisca rappresentazioni efficaci ma non perché tali rappresentazioni dovrebbero essere vissute. In assenza di un ancoraggio a variabili vitali o ad un punto di vista incarnato, il paradigma resta compatibile tanto con i cervelli quanto con gli algoritmi: sopravvive come teoria dell’intelligenza, ma non risolve il problema fenomenologico.

(12) Tononi non si definisce panpsichista classico: la IIT sostiene che la coscienza sia identica alla struttura causale intrinseca di un sistema. Il rischio di panpsichismo deriva dal fatto che qualsiasi sistema con Φ > 0 possieda un grado di esperienza.

(13) Enattivismo e naturalismo biologico, teorie associate rispettivamente a Varela ed a Searle, e sviluppati in chiave neuroscientifica da Antonio Damasio, pongono al centro il corpo e l’omeostasi: la coscienza è vista come emergente dall’interazione dinamica tra organismo e ambiente, radicata in bisogni vitali e vulnerabilità.



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